Via dalla pazza folla di Thomas Hardy

Ogni tanto un classico vale sempre la pena di essere letto; io tendo ad attingere dalla letteratura inglese e questa volta ho optato per Thomas Hardy, di cui al liceo avevo letto “Tess dei d’Ubervilles”. Anche in “Via dalla pazza folla” in primo piano c’è un personaggio femminile e mi sono avvicinata a questo romanzo con la curiosità di conoscerlo e con la certezza che avrei gustato un capolavoro d’altri tempi.

 Sinossi: “Hardy è un meraviglioso creatore di figure femminili, e Batsceba, la protagonista di Via dalla pazza folla, è la prima di esse: la più incantevole nel suo essere così contraddittoria e insieme così determinata. Irrequieta e indipendente, intelligente e svagata al tempo stesso, crede di raggiungere una completa autonomia quando eredita un magnifico podere e un’antica casa signorile. Ma la bella forestiera finisce col trovarsi contesa fra tre pretendenti: lo sfortunato, ma forte e sereno Oak, suo lavorante e fattore; il ricco fittavolo Boldwood, grave e austero; lo spregiudicato sergente Troy. È quest’ultimo ad avere la meglio sulle prime, ma alla fine sarà Oak con la sua cieca e malcompresa devozione a salvare le sorti della padrona e del piccolo mondo bucolico di Watherbury dai rovesci del Fato. “
 “Via dalla pazza folla” è stato pubblicato per la prima volta nel 1874 ed è il primo vero romanzo di Hardy, non ancora caratterizzato dalle note tragiche dei successivi (come “Tess dei d’Ubervilles”). Il titolo è una citazione da “Elegia scritta in un cimitero campestre” del poeta Thomas Gray. Hardy ha amato molto la campagna e molto poco la città, ha vissuto a Londra per un po’ ma poi ha fatto ritorno nel suo paese d’origine. Questa preferenza traspare dal romanzo perché, pur non risparmiando di evidenziare i difetti di contadini e fattori, l’impressione generale è che in campagna si viva bene, onestamente e con meno rischi di perdere di vista i veri valori della vita, rispetto alla città.
Il personaggio femminile del romanzo è Batsceba Everdene, una donna con il fascino della bellezza e dell’indipendenza, consapevole di sé, forse un tantino egoista. Ecco un assaggio dell’abilità di Hardy nel descrivere la giovane che si guarda allo specchio:
“Semplicemente si era rimirata come un bel prodotto di madre natura, di genere femminile, e i suoi pensieri sembrava scivolassero verso drammi lontani, ma possibili, in cui avrebbero avuto parte degli uomini – visioni di probabili trionfi – essendo i sorrisi di un carattere che suggeriva cuori immaginari catturati e perduti. Ciò era però mera fantasia, e tutta questa serie di atteggiamenti era stata estrinsecata con tale noncuranza, che sarebbe stato azzardato concluderne che ci fosse stata sotto una qualsiasi intenzione”.
Proprio per questo meccanismo, le ragioni e i tratti del carattere che mi hanno indotto a non  provare simpatia per Batsceba all’inizio del romanzo, sono gli stessi che me l’hanno inevitabilmente resa gradita con lo scorrere delle pagine. In sostanza il lettore, alla pari degli uomini del villaggio, non può non amarla.
I tre personaggi maschili sono molto diversi fra loro: Gabriele Oak è leale, solido, fedele, esprime i propri sentimenti con la costanza, non con eccessi o teatralità. Troy è la simpatica canaglia che con un bel sorriso incanta tutti e fa dimenticare i suoi difetti. Boldwood è invece un’acqua cheta che, appena stimolata dal fascino di Batsceba, si scatena e diventa incontrollabile, rasentando l’infermità mentale. Confesso di aver sempre parteggiato per il pastore Oak e, fosse dipeso da me, il libro sarebbe terminato subito con un matrimonio. Ovviamente il racconto segue il ritmo dei pensieri e delle decisioni di Batsceba, che all’inizio non è d’accordo con me 🙂
 In conclusione, “Via dalla pazza folla” è un romanzo come forse non ne vengono più scritti al giorno d’oggi. Vi lascio con questo frammento sul potere del silenzio e dello sguardo, elementi ai quali non si da a volte la dovuta rilevanza:
“Coloro che possiedono il potere di rimproverare con il silenzio, possono ritenerlo un mezzo più efficace della parola. Vi sono accenti negli occhi che non si trovano sulla lingua, e più discorsi ci giungono da pallide labbra di quanti ne possano entrar nell’orecchio”.

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