Ognuno potrebbe di Michele Serra

Titolo: Ognuno potrebbe

Autore: Michele Serra

Editore: Feltrinelli

Voto: 2,5 su 5

Sinossi (Feltrinelli): “Lui è Giulio Maria, quello che nelle foto non fa mai niente, l’anacronistico figlio di genitori anziani, il sociologo ricercatore impegnato a interpretare i gesti di esultanza dei calciatori. Giulio Maria vive in un paese del nord Italia artigiano, prosperoso e infine omologato dal consumo. È il regno delle rotonde, degli ipermercati, dei Suv e dell’anonimato sociale. Giulio Maria frequenta con assiduità l’amico Ricky, squisito esemplare di sconsiderato ottimismo. Per Ricky, il “piuttosto bene” è comunque e sempre l’alternativa realistica al “piuttosto male”. Giulio Maria vive con piena consapevolezza la propria condizione di “spaesato”. L’azienda paterna (un mobilificio artigianale) è certamente garante di significati, giacché il legno, il suo colore, il suo profumo, la sua varietà prodigiosa vanno insieme alla sapienza e alla pazienza che lo modellano e lo consegnano all’evidenza del lavoro. Ma quell’azienda ora è un orologio fermo, è un regno caduto sotto incantesimo. Come uscire dall’immobilità della miseria del tempo presente? Una sera un cinghiale viene trovato morto a una rotonda. Giulio Maria è lì insieme ad altri curiosi a misurare (politicamente? filosoficamente?) l’evento della bestia morta. È un’assemblea che mima il dibattito ma non arriva ad alcuna riflessione rilevante. Tutti parlano nell’egofono (altrimenti noto come smartphone), tutti fotografano, tutti sembrano più piccoli di quella morte”.

La prima considerazione che voglio fare su questo breve romanzo riguarda lo stile: è scritto con perizia e precisione, forse fin troppo perché a tratti è eccessivamente impostato e ricercato. Comunque è una lezione di linguaggio e grammatica molto piacevole. Lo stile, unito ad una sottile ironia, produce alcuni risultati degni di nota come questo che vi riporto:

“Chiedo ad un signore anziano che cosa sta succedendo. Senza nemmeno guardarmi risponde “lo vede anche lei”, che è una tipica spiegazione delle nostre parti, refrattaria alla retorica, alla confidenza, all’affabilità e insomma a tutte le futili bellurie sentimentali che attardano inutilmente le conversazioni. Mi sento dunque a casa tra i miei simili, in un certo senso rinfrancato, perché lo sgarbo, qui da noi, non è una manifestazione di ostilità, è una specie di segno di riconoscimento tra sgarbati. Quasi un vincolo identitario. Sei sgarbato? Bè, allora sei dei nostri. Significa che non hai tempo da perdere”.

L’aspetto stilistico è quello che ho principalmente apprezzato nella lettura, perché il contenuto mi ha lasciato perplessa: non si può dire che ci sia una storia, perché non si svolgono molti fatti, tranne che per la vendita del capannone e qualche episodio nel ristorante del paese. Non necessariamente un libro deve basarsi su una trama articolata per funzionare, può ad esempio seguire l’evoluzione di uno  o più personaggi nel tempo e nella loro interiorità. Il protagonista Giulio però non evolve granché nel corso delle pagine e rimane sostanzialmente sbiadito e insignificante come lui stesso si dichiara e come, purtroppo, risulta anche il romanzo.

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